giovedì 3 novembre 2016

DOLORANTE LIBERTÀ
Satira e paura della morte nella mancanza di limiti.

Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito,
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
- G. D'Annunzio, Qui Giacciono i Miei Cani

Mainagioia. Nihilist Memes. Legioni di lapidarie proposizioni in lowercase - i want to die, i don't care about anything, i'll just get high and hope i'll never wake up, who cares we're all atomic constructs anyway...
Questo il panorama della comunicazione sociale contemporanea: un'iperreale valle dell'Erebo risonante di patetici lamentii, un palinsesto di reificato pessimismo, un continuo schioccare d'autoflagellazioni affannosamente apotropaiche. Incorporee turbe di truci efebi esprimono continuamente la loro sofferenza rimbalzandosi maneggevoli sintagmi di dolore, condividendo unità minime di nichilismo in un inseguimento verso la massima disaffezione esternabile.
S'intuisce lo scopo di questi primevi riti, seppur declinati secondo società e zeitgeist, se ne vede la forma di terrificata preghiera a quel Dio idiota e cieco che è il Caso: "ti scongiuro, non colpirmi, non me, non ora! Ho già sofferto abbastanza, te ne rendo qui sacrificale testimonianza". È un fatalismo riappropriato che maschera l'onnipresente paura dell'ignoto e della sua ultima umana frontiera, la morte.
Ognuno modella il proprio supplizio, ché se lo si lasciasse ad altri si potrebbe soffrire davvero: disonore ed esilio a colui che riversa negatività sul prossimo, a meno che non lo si faccia verso estranee schiere senza nome. Che le torme migranti siano ingoiate dai flutti ma che ci sia comprensione verso il calunniato camerata; che tutti i nostalgici vengano antimeridianamente appesi ma che sia ostracizzato chi parla di zecche.
Dolore e critica, due volti dello stesso Dio, sono stati commodificati e trasfigurati, sono diventati un simulacro da vedere – e che visione, in preda all'estasi del continuo consumo! – come privato e intoccabile, rigorosamente autocratico; lo si spaccia per autocritico, finanche autoironico; con un più obliquo commentare, ci si potrebbe limitare ad autoerotico. Ma già questo sarebbe troppo da dire, uno spingersi nella cattiva satira.
Cattiva perché dolorosa, perché attenta all'ossessiva sovranità che si è costruita sul binomio dolore e terrore; cattiva perché invade e sottrae, s'inserisce caoticamente nell'apollinea costruzione onirica che si sostituisce alla realtà; la satira – ma anche il quotidiano, autentico parlare – è, costitutivamente, atto anarchico ed eversivo, uno sbudellare bei contenitori per rivelarne ascose e fetenti frattaglie; va da sé che tutta la satira, per essere tale, dev'essere cattiva.
Nel fare satira bisogna andare contro, sempre. Bisogna entrare in conflitto con ogni altra posizione, ogni compiuta narrativa; esistere per resistere a ogni certezza, schernendo e incrinando ciò che pare chiuso e compiuto. Ogni sguardo è in qualche modo cieco e la satira, atto sacralmente violento, si configura come un'eteropsia che permette di vedersi, torrenzialmente, in migliaia di sguardi diversi.
Le mura che racchiudevano – proteggevano, forse – un nostro essere si sgretolano nella derisione generale e, all'aperto, si soffre perché improvvisamente gettati nell'ignoto e quindi alla morte. Non sopravvive alcun punto cieco, tutto è visibile nella brutale orizzontalità cui siamo ora costretti; ogni verticale imposizione di prospettiva (e potere) viene e verrà ridotta in polvere da quello stesso umano coro di guastatori che ora ci circonda. Liberi, infine, da noi stessi; liberati, più esattamente, e coercitivamente.
Liberazione multiforme, di non scontata dolcezza: si può essere fatti evadere con elaborato, arzigogolato assurdismo anglosassone, con truculenta e grezza mannaia di vignettaio, con coprolalico attentato contro il buoncostume; l'unica certezza è d'essere liberati.
Si vive in un mondo sempre più connesso e costruito sulla narrazione, dove la libertà di parola si costituisce come obbligo d'opinione; nessun idolo può sfuggire alla dissacrazione, nessun uomo, per quanto si consideri isola, può scampare alla petulante e critica colonizzazione dei suoi pari. Tentare di porre limiti alla parola altrui, far coincidere i confini del dire con l'estensione del proprio potersi offendere; sono solo esercizi in ansia reazionaria.
Bisogna farsi prendere dal panico, collaborare all'erosione delle proprie certezze in quanto principi certi et inconcussi del nostro esistere: si verrà comunque, senza riguardo alla nostra volontà, investiti dalla loro inevitabile marea. Lasciare che di dogmi siano fatte opinioni, che la luce, per quanto inclemente, investa ogni luogo; ma ricordare, soprattutto, che quanto ci viene fatto possiamo farlo a nostra volta.

Da irrisi a derisori, da ortodossi in disgrazia a eresiarchi parvenus: anche la satira è da distruggere, prima che si fossilizzi in arabeschi autoillusori come quelli che ha abbattuto. Allora, alle armi, alle argomentazioni cogenti, ai bons mots dissacranti, alle bestemmie più becere! Nella pianura del dolore cui siamo tornati partecipare tutti al gioco, sorridendo all'Ignoto, rendendo giocoso encomio al Fatal tiranno: though I walk through the valley of the shadow of Death, I fear no evil – for you are with me.

Nessun commento:

Posta un commento